Ti è mai capitato di guardare una partita di Premier League e contare i loghi delle scommesse? Forse non ci fai più caso, ma la loro invasività è diventata un tema caldo. Mentre l’Inghilterra prova a ripulire le maglie, l’Italia ha scelto un approccio diverso: vietare tutto.
La domanda è semplice: quale dei due modelli – il ritiro volontario britannico più il bando degli operatori senza licenza, oppure il divieto pubblicitario totale italiano con le concessioni ADM – offre più protezione al tifoso che scommette?
La posta in gioco è enorme. Il calcio è il terreno di caccia prediletto del betting: negli accordi di sponsorizzazione globale, l’84% dei top 50 riguarda proprio il football, per un valore di 420,2 milioni di euro, e in Europa contratti calcistici per 343,3 milioni di euro.
E in Premier League, nella stagione 2024/25, 11 club su 20 avevano uno sponsor scommesse sulla maglia, un record assoluto. Un bel paradosso, proprio mentre si decideva di eliminarli.
Detto questo, vediamo come i due sistemi normativi affrontano la tutela del consumatore sportivo.
Il percorso regolatorio del Regno Unito: tra volontarietà e divieti mirati
Oltremanica il cambiamento ha due facce: da un lato i club si sono auto-imposti un limite, dall’altro il governo ha alzato la voce contro chi opera senza licenza.
L’accordo volontario sulle maglie: una scelta storica ma costosa
Il 13 aprile 2023 i club di Premier League hanno fatto qualcosa di mai visto: hanno deciso di dire addio agli sponsor betting sulla parte anteriore delle maglie. Un gesto volontario, il primo in una lega sportiva britannica.
Secondo la Premier League, il divieto scatterà dalla stagione 2026/27, dopo un periodo di transizione, e 18 dei 20 club hanno aderito. Peccato che proprio mentre si discuteva, l’esposizione fosse ai massimi: in 7 nella stagione 2023/24, per un valore di 83 milioni di euro, e 11 nel 2024/25.
Secondo il Corriere dello Sport bonus casinò, l’accordo volontario è stato accolto con favore dagli esperti del settore, ma le sfide economiche per i club rimangono significative.
L’idea è nobile, ma il conto fa tremare i polsi. Le stime parlano di perdite fino a 92 milioni di euro (80 milioni di sterline) per i club, con un taglio medio del 38% del valore pubblicitario.
Nove squadre, a oggi, non hanno ancora trovato uno sponsor alternativo per il 2026/27. E mentre si tolgono i loghi dalla pancia, restano ben visibili su maniche, bordi campo e social: una pulizia a metà.
Il bando degli operatori senza licenza: un muro contro i rischi nascosti
Il secondo passo è arrivato il 23 febbraio 2026: il governo britannico ha annunciato che vuole vietare agli operatori senza licenza di sponsorizzare squadre professionistiche. In pratica, il governo britannico ha vietato agli operatori senza licenza di sponsorizzare i club della Premier League, e lo ha fatto con parole pesanti.
La Segretaria di Stato Lisa Nandy ha detto chiaro: «Non è giusto che operatori senza licenza possano attrarre i tifosi verso siti non regolamentati». E i motivi sono seri: assenza di controlli antiriciclaggio, nessuna protezione dei dati, pubblicità senza regole, rischio concreto di frodi e furti d’identità.
Il caso TGP Europe è il simbolo del problema. La Gambling Commission ha chiuso i rubinetti a questa società, che gestiva piattaforme legate a Bournemouth, Fulham, Newcastle, Wolverhampton e Burnley: una multa da 3,3 milioni di sterline per gravi violazioni antiriciclaggio.
Dopo l’intervento, la Commissione ha avvertito i club dei pericoli legati a sponsor non autorizzati. Il Betting and Gaming Council ha subito applaudito: solo gli operatori con licenza rispettano le norme di tutela e gioco sicuro.
La persistenza del legame calcio-scommesse
Ma attenzione: anche dopo il ban sulle maglie, il betting regolamentato non molla il pallone. Anzi. Come riportato da UKCalcio.com, Genius Sports ha rinnovato la partnership ufficiale con la Premier League sui dati delle scommesse fino al 2029.
I dati ufficiali sono benzina per il sistema, e il legame resta saldissimo. Quindi, meno loghi ma più integrazione digitale: il tifoso continua a essere esposto, solo in modo diverso.
Il modello italiano: concessioni forti e divieto totale di pubblicità
L’Italia ha imboccato la strada opposta: uno stop radicale alla pubblicità, ma anche una gabbia normativa molto stringente per gli operatori autorizzati.
Il Decreto Dignità e la stretta che fa discutere
Dal 1° gennaio 2019, con il Decreto Dignità, nel nostro Paese è vietata qualsiasi forma di pubblicità di giochi con vincite in denaro, incluse le sponsorizzazioni sportive. L’AGCOM lo ricorda senza giri di parole: divieto assoluto, su ogni mezzo, nessuna via di fuga.
Al momento del blocco, 15 club di Serie A su 20 avevano accordi betting, e la FIGC stima una perdita di 600 milioni di euro in mancate sponsorizzazioni tra il 2019 e il 2025. Un salasso.
Ma il divieto ha creato mostri? Sì, l’infotainment. L’Inter, ad esempio, ha stretto un accordo con Betsson.sport, un sito che tecnicamente è di scommesse ma ne richiama palesemente i servizi. La categoria “infotainment” non esiste nella legge, e il vuoto normativo ha permesso a molti di aggirare il Decreto Dignità.
Intanto l’ex presidente FIGC Gabriele Gravina, nell’aprile 2026, ha proposto di abolire il decreto, definendolo «largamente inefficace contro la ludopatia», e ha lanciato persino l’idea di un “diritto alla scommessa”. Una provocazione che ha acceso il dibattito.
La riforma delle concessioni: meno operatori, più tutele
Se da una parte si vieta di comunicare, dall’altra si stringono i bulloni per chi può operare. Con la Riforma Leo (D.Lgs. 41/2024) l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha assegnato 52 concessioni a 46 operatori, riducendo il mercato rispetto al passato.
Ogni licenza costa 7 milioni di euro, diluiti in nove anni, e si stima un gettito erariale di 364 milioni solo dai canoni. Addio al modello “skin”: ogni licenza abilita un solo sito ufficiale, e circa 350 vecchie “skin” sono state chiuse.
I requisiti sono alti: sede legale nell’area SEE, almeno due anni di esperienza e un fatturato minimo di 3 milioni di euro negli ultimi due esercizi.
E per il consumatore? Le protezioni sono obbligatorie. Autoesclusione flessibile da 7 a 270 giorni, limite di 100 euro a settimana per le ricariche in contanti, messaggi in tempo reale su durata e spesa della sessione, e ogni concessionario deve destinare almeno lo 0,2% dei ricavi a iniziative di gioco responsabile.
Insomma, se scommetti su un sito legale italiano, hai una rete di protezione attiva che non trovi in molti altri Paesi.
Lotta al gioco illegale: oscuramenti a migliaia
L’ADM non si limita a rilasciare licenze: oscura. La black list ufficiale aggiorna regolarmente i siti inibiti: nel 2024 ne sono stati bloccati 721, e dall’inizio del meccanismo il totale ha superato quota 10.866. Un muro tecnologico imponente.
Il mercato legale, nel frattempo, macina numeri enormi: 157,4 miliardi di raccolta nel 2024, 136 miliardi restituiti in vincite, e 9,2 miliardi di gettito erariale solo dalla rete fisica. Ma il gioco illegale sottrae ancora circa 2 miliardi all’anno.
E qui arriva il dato più preoccupante: un quinto dei giocatori usa canali illegali, e il 14% lo fa senza neppure saperlo, non distinguendo un operatore autorizzato da uno abusivo.
Due modelli a confronto: chi protegge di più il tifoso?
Mettiamoli uno di fronte all’altro. Il Regno Unito toglie gli sponsor dalle maglie ma non dalle maniche, dai LED o dai social: durante una partita di Premier League, i loghi delle scommesse vengono inquadrati circa 3.500 volte. L’Italia, invece, vieta ogni forma di pubblicità, ma lascia spazio a furbizie come l’infotainment e paga il prezzo di 600 milioni di mancati introiti per i club.
Sul fronte delle tutele attive, però, la differenza è netta. Il modello italiano impone per legge strumenti come autoesclusione, limiti di spesa e fondi per il gioco responsabile, mentre nel Regno Unito ci si affida ancora a codici volontari del settore e a una vigilanza della Gambling Commission più concentrata sulla due diligence degli operatori.
Il risultato? 2,7% degli adulti britannici ha un punteggio PGSI 8+, segnale di possibile problema di gioco: stiamo parlando di circa 1,3 milioni di persone a rischio. In Italia un indicatore simile non esiste, ma i 2 miliardi di gioco illegale ci raccontano di tanti consumatori che sfuggono completamente alle protezioni.
Anche sul fronte dell’enforcement, entrambi i sistemi hanno muscoli: l’ADM oscura migliaia di siti, mentre la UKGC può multare e allontanare operatori pericolosi (vedi TGP Europe). Tuttavia l’Italia sembra più proattiva nell’alzare un muro contro l’offerta illecita, anche se il divieto pubblicitario totale può spingere proprio verso il sommerso chi cerca informazioni.
Alla fine, il sistema italiano, con concessioni vincolanti e protezioni obbligatorie, offre garanzie più solide al consumatore che sceglie il canale legale.
Il percorso britannico è più graduale e potrebbe ridurre l’esposizione dei minori, ma resta più permeabile agli operatori non regolamentati, almeno finché il quadro normativo non sarà completo.
Il vero scudo è la forza dell’autorità
Regno Unito e Italia hanno scelto strade diverse: gradualità e volontarietà da una parte, divieto totale e concessioni statali dall’altra. Entrambi i modelli hanno limiti e contraddizioni, ma il vero fattore di protezione per il consumatore sportivo non è tanto la quantità di loghi rimossi, quanto la presenza di un’autorità forte che impone regole e strumenti di tutela attiva.
Da questo punto di vista, il sistema italiano, con le sue concessioni blindate e le protezioni obbligatorie, ha costruito un’architettura più solida, pur pagando il prezzo di penalizzare i club e di non riuscire a eradicare il sommerso.
La sfida per il futuro è trovare un equilibrio tra la sopravvivenza economica del calcio e la sicurezza del tifoso: concessioni trasparenti, controlli rigorosi e una responsabilità sociale condivisa possono far sì che il legame tra calcio e scommesse smetta di essere una minaccia e diventi un settore regolato, dove chi gioca lo fa con la consapevolezza di avere una rete di protezione vera.
Il pallone è uno solo, ma le regole per proteggere chi lo segue devono essere chiare e, soprattutto, rispettate.












