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ATTUALITA' | 20 marzo 2019, 23:56

UN disco alla settimana- The Dark Side of the Moon

L'icona Rock dei mitici Pink Floyd

UN disco alla settimana- The Dark Side of the Moon

Cos’è che conduce all’acquisto di un disco se non ne conosciamo i contenuti? Immaginate di essere in un grande store di dischi, e di avere voglia di comprare qualcosa di bello, ma all’interno dello store ci sono solo dischi che voi non conoscete, che cosa vi attira di più per procedere all’acquisto di un album? Eh sì, avete ragione, la copertina, è il primo mezzo per creare l’empatia tra il prodotto e il possibile acquirente. Storm Torgherson  ingaggiato dai Pink Floyd nel 1972 per ideare una copertina più pulita, più netta delle ultime due che accompagnarono Atom Hearth Mother e Obscured by Clouds, durante una sessione di “brain storming” con il suo staff, ideò quello che per molti è il simbolo di riconoscimento della band inglese, un prisma, su sfondo nero, che illuminato da sinistra da una leggera luce bianca, libera a destra un fascio di colori, gli stessi dell’arcobaleno. Analizzando ogni singola parte ci accorgiamo che la luce bianca che viene da sinistra simboleggia la vita, che illumina ed entra a far parte dell’individuo (il prisma), che a sua volta la “espelle” sotto forma di idee, le sue idee, le sue azioni. Il retro della copertina, forse il meno celebre, serve a dare una conclusione al tutto: il fascio di colori (quindi di idee) continua e finisce in un prisma rovesciato (quindi ritorna all’individuo) e confluisce nel raggio di luce bianca dalla parte opposta, creando una sorta di continuità fino a creare il senso dell’infinito. La precisa richiesta della band fu di concepire una “copertina intelligente” Storm Torgherson non ci riuscì, andò oltre, creò una vera e propria icona.

The Dark Side of the Moon uscì nel Marzo del 1973, si può considerare il primo concept-album per la band inglese, e da allora fu così per tutti i loro lavori. Prima di “The Dark Side” la psichedelia di Syd Barrett non aveva permesso al gruppo di lavorare su temi, testi, motivi musicali concatenati tra loro. I Pink Floyd in assenza di Barrett, bruciato e divorato dalle droghe, passano da testi con riferimenti letterari o favolistici ad una comunicazione più diretta, quasi brutale, non sono più narratori, ma determinati accusatori di sperequazioni sociali e politiche. Il filo conduttore dei testi deve essere accompagnato con la stessa omogeneità dalle sonorità, tanto da indurre l’ascoltatore a non fermarsi a godersi un solo brano, ma ad avere bisogno di ascoltare tutta l’opera, come se fosse un’unità scissa in varie parti. L’opera “The Dark Side of the Moon” rappresenta un trattato di filosofia sulla storia di un uomo, spersonalizzato, e sui suoi lati oscuri, sulle sue negatività, insomma sul lato oscuro della luna, usato come metafora per intitolare l’album. Insomma all’interno di questa magnifica opera d’arte, viene descritto, raccontato, urlato, il tragico destino dell’uomo costretto in ogni sua scelta a convivere con il suo lato oscuro quello maligno, in contrapposizione alla faccia della luna che siamo soliti ammirare nel suo splendore, quello benigno. La lotta tra il bene e il male e la sottile linea di terra in cui siamo soliti incamminarci trovandoci eternamente in bilico.                      Fantastico l’inizio con “Speak to me” che rappresenta la nascita del futuro uomo, il pulsare del cuore della madre è l’unico suono che egli prima di venire al mondo è abituato ad ascoltare, e giustamente trova conforto in questo. La nascita è anche l’inizio delle paure, dei dubbi, degli schock e tutto questo viene realizzato tramite l’ascesa di suoni sempre più forti, perfino cacofonici. In “Breathe” troviamo l’abbraccio della madre che riporta il piccolo uomo a risentirne il battito del cuore, una specie di protezione a quelle che saranno le difficoltà della vita. “On the Run” rappresenta, con suoni che riportano alla psichedelia, l’ansia, la paura di vivere ma soprattutto la paura di volare, di spostarsi del tastierista del gruppo Richard Wright. Per realizzare “Time” i Pink Floyd, nell’occasione collaborarono con Alan Parsons nelle vesti di tecnico del suono. Biechi detrattori del suono digitale, per realizzare l’intro del pezzo che propone un accavallarsi di suoni di sveglie, lavorarono giorni e giorni solo per riprodurre una sequenza di loro gradimento con decine di sveglie vere e proprie con suoni diversi. Il ticchettio degli orologi viene a contrasto con il tintinnare delle sveglie, che rappresentano le occasioni perdute, o meglio ignorate dall’uomo, per pigrizia ed inettitudine che si ritrova in “Breathe, reprise” a consolarsi nella solitudine delle quattro mura amiche. La tranquillità sembra ritrovata, ma è solo apparente. L’album quindi scivola dolcemente in “The great Gig in the sky” un capolavoro assoluto che i Pink Floyd registrarono parzialmente, per poi lasciare alla voce femminile Clare Torry la libertà di interpretare la musica non con parole ma con un grido disperato rappresentante l’angoscia e la paura della morte, forse, da un punto di vista religioso, in un “redde rationem” al cospetto della casa di Dio.

Insomma un grande epopea musicale ed umana, una raffigurazione cosmica delle paure intrinseche di ogni uomo, della negazione delle stesse, e del rapporto con Dio, con chi porta gli uomini a morire in guerra come avviene in “Us and Them”, noi e loro, nell’accezione più blasfema che si possa concepire, un uomo contro l’altro  mentre i mandanti restano seduti in poltrona a guardare l’orrido spettacolo. Si arriva così al danno cerebrale “Brain Damage”, la demenza senile si impadronisce di un uomo incattivito da se stesso e dalle proprie fobie, frantumando l’essere umano che si chiude nell’isolamento per autodifesa, ma al tempo stesso è causa di un’altra fobia, ancora più grande.

Infine “Eclipse” il trionfo della luce, del sole, del fascio di arcobaleno che esce dal prisma per fondersi ancora una volta nella luce bianca, attorniata dal buio del nostro lato oscuro, in continua lotta con una felicità sempre più apparente.

The Dark Side of the Moon è l’album icona del Rock derivante dall’evoluzione beatlesiana, ed è il disco che è rimasto in classifica per più settimana di qualsiasi altro, infatti 741 furono quelle consecutive nella Billeboard 200 Charts dal 1973 in poi. Fu un risultato clamoroso: forse il numero delle settimane non rende bene l’idea, ma – in termini di tempo – esse sono 15 anni. L’album fu nella Bilboard dal 1973 al 1988, quando, esattamente l’8 ottobre, abbandonò definitivamente la classifica.   

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