/ Calcio
Lavoro in Italia

Cerca sul sito

Vai all'archivio ›

Calcio | 07 maggio 2026, 11:25

PAGLIUCA racconta la sua Samp: “Nello spogliatoio volavano mani e tavoli, ma restavamo una famiglia”

PAGLIUCA racconta la sua Samp: “Nello spogliatoio volavano mani e tavoli, ma restavamo una famiglia”

Nel corso di un’intervista concessa a Time2playGianluca Pagliuca è tornato a parlare dello storico gruppo blucerchiato protagonista dello Scudetto e della finale di Coppa dei Campioni nei primi anni Novanta, collegando quell’esperienza anche alle realtà emergenti dell’attuale Serie A. Secondo l’ex numero uno, club come Como, Bologna e Atalanta dimostrano che anche fuori dalle grandi piazze si possono costruire progetti competitivi: “Dicevano che era dura anche per noi della Samp”. Pagliuca ha poi raccontato il clima vissuto nello spogliatoio della Samp di Boskov, Vialli e Mancini“Ci siamo anche messi le mani addosso, ma tutto veniva dimenticato un’ora dopo”.


Non possiamo che partire dall’Inter, che si è appena aggiudicata il suo ventunesimo scudetto: se l’aspettava? Che cosa l’ha sorpresa della stagione dei nerazzurri?

Dopo la cocente delusione dell’anno scorso in cui sono arrivati a un passo dal vincere tanto ma poi non hanno portato a casa nulla, i giocatori avevano una grande voglia di rivalsa. Hanno fatto una ottima stagione vincendo lo scudetto meritatamente: dovessero vincere la Coppa Italia sarebbe la classica ciliegina sulla torta, una doppietta veramente molto importante per tutto il gruppo, a partire naturalmente da mister Chivu.

In tutto questo, Chivu è stato, tra le altre cose, bravo a tenere la concentrazione e a non fare distrarre i giocatori dalle voci e dai veleni che in queste ultime settimane hanno colpito l’Inter, con insinuazioni e “si dice” in merito all’inchiesta in corso sugli arbitri e sul loro designatore Rocchi.

Mi ha molto stupito questo accanimento sull’Inter e sulla società a proposito di un'inchiesta che, al momento, riguarda solo gli arbitri e non i tesserati né dell’Inter né di altre squadre. Probabilmente è qualche tifoso che scrive sui giornali che non vedeva l’ora di gettare benzina sul fuoco e l’esposizione sui social ha fatto il resto.

Lei ha vissuto sulla sua pelle un momento storico del calcio in cui veramente c’era del marcio che inficiava il regolare svolgimento delle partite (il riferimento è agli episodi arbitrali di fine anni ’90 e inizio anni ’00 che poi portarono alla cosiddetta Calciopoli, ndr): si capiva che c’era qualcosa che non andava?

Devo dire che avevamo sentore di qualcosa, si capiva che c’erano episodi strani, ma certamente nessuno poteva immaginare che ci fosse un vero e proprio sistema così strutturato. Si pensa sempre al bene e alla buona fede di tutti, che non ci sia mai qualcosa di losco e invece qualcosa di losco c’era.

Parliamo degli anni in cui lei era all’Inter, dal 1994 al 1999: c’è qualcosa che ricorda con particolare affetto di quel periodo in nerazzurro?

Innanzitutto la possibilità di parlare in società con due persone straordinarie come il presidente Massimo Moratti e Giacinto Facchetti. E poi potevi giocare con il miglior giocatore del mondo, Ronaldo, un piacere e un onore, e soprattutto ti faceva vincere! Eravamo e siamo tuttora un gruppo legatissimo: ci scriviamo ancora regolarmente nelle chat, c’è una grande amicizia.

Se all’Inter vinse meno di quanto si sarebbe potuto, nella Sampdoria è stato tra i protagonisti di un vero miracolo sportivo e anche a Bologna si tolse tante soddisfazioni: prima ancora di ricordare quei momenti, ci dice com’è vivere il calcio in queste realtà un po’ più laterali rispetto alle grandi città? Vengono in mente anche Como e Atalanta…

Innanzitutto è veramente bello che non ci siano sempre le solite grandi squadre a vincere ma che anche altre realtà possano dare filo da torcere: da qui a vincere lo scudetto è un’altra storia, ovviamente, ma già ambire a piazzamenti Champions è un grande risultato.

Una realtà come il Como potrebbe da qui a qualche anno essere una “nuova Sampdoria” e magari vincere lo scudetto?

È dura, però dicevano che era dura anche a noi della Samp e invece quasi vinciamo la Coppa dei Campioni. Oggi è certamente molto più complicato: noi vincemmo lo scudetto con 18 giocatori, oggi ce ne vogliono almeno 10-15 in più; forse una volta era più fattibile, ma chissà.

Che giudizio dà della stagione del suo Bologna? Forse c’erano aspettative anche eccessive sui ragazzi di Italiano…

Beh, guardiamo le cose con la giusta prospettiva: due anni fa siamo andati in Champions League, l’anno scorso abbiamo vinto la Coppa Italia; quest’anno abbiamo fatto un inizio spettacolare, sempre tra le prime, poi abbiamo avuto due mesi di crisi, con due punti in otto partite. Dopodiché ci siamo un po’ ripresi, ma bisogna essere onesti e sinceri: siamo ottavi in campionato e siamo stati eliminati in Europa League solo ai quarti di finale da una grande d’Inghilterra, l’Aston Villa, e solo ai rigori in Coppa Italia dalla Lazio che è in finale. Non penso proprio si possa dire che sia stata una stagione fallimentare: se il Bologna arriva ottavo in campionato, grazie al lavoro di un’ottima società, i tifosi non si devono davvero lamentare, siamo stati competitivi e forti al netto dei momenti no che in una stagione capitano.

A proposito della società-Bologna: è evidente quanto i Saputo (famiglia italo-americana azionista di maggioranza della società, ndr) ci tengano davvero alla squadra, a differenza di altre proprietà straniere di team di Serie A: conferma?

Noi bolognesi siamo stati veramente molto fortunati: Joey Saputo è un grande presidente, è venuto a vivere a Bologna e ormai è un bolognese acquisito; la città e i tifosi devono solo ringraziarlo per ciò che ha fatto, per quello che sta attualmente facendo e per quello che sicuramente farà in futuro. Ha proprio passione ed è davvero una gran brava persona.

Restiamo a Bologna: l’altra sua grande passione è il basket e nello specifico la Virtus, di cui è anche figura interna alla società: qual è il bilancio fin qui della stagione delle V Nere?

Al momento è sicuramente positivo, dopo una fase altalenante e di assestamento susseguente all’esonero di Duško Ivanović; ora le cose sembra stiano rimettendosi in sesto, anche grazie al recupero di alcuni infortunati, come per esempio Pajola, per noi fondamentale. Abbiamo preso Dos Santos, play brasiliano, che è un buonissimo giocatore e presto rientreranno Morgan e Vildoza: credo che diremo la nostra per vincere il campionato sperando di confermarci. Anche se sarà durissima, perché Milano, Venezia e Brescia sono grandissime squadre: voglio mettere nel lotto delle protagoniste anche Reggio Emilia e Tortona, ottime realtà che possono tutte dire la loro fino alla fine. Credo che la finale sarà tra noi e Milano, ma attenzione perché i nomi che ho fatto sono tutti competitivi.

Possiamo dire però che qualche anno fa il campionato italiano di basket aveva, se non più fascino, più visibilità e attenzione, anche a livello mediatico e, a cascata, sulla qualità delle squadre?

Purtroppo il campionato italiano ormai comincia ad avere fascino quando finisce la stagione di Eurolega e iniziano i playoff. Prima, essendoci sempre la possibilità di rifarsi dopo una sconfitta durante la regular season, viene visto quasi come una consuetudine, a eccezione ovviamente che dai supertifosi.

Torniamo al calcio e tocchiamo il dolente tasto della Nazionale: non solo per la terza assenza consecutiva dai Mondiali, ma anche perché quest’anno si disputeranno (anche) negli USA e lei fu protagonista, la prima volta che questo successe, nel 1994. Che ricordo ha di quell’esperienza, a parte l’amarezza per la sconfitta ai rigori nella finale contro il Brasile?

Un’esperienza fantastica: vivere un Mondiale da protagonista e arrivare veramente a un pelo dal vincerlo è ancora adesso un’emozione incredibile che fa ancora venire la pelle d’oca quando mi capita di vedere filmati e immagini dell’epoca. Arrivare a un centimetro dall’alzare la coppa è un pensiero che ancora oggi fa malissimo. Se penso però a tanti calciatori italiani di adesso che non riusciranno a giocare un Mondiale nella loro carriera mi dispiace davvero: certo, vincere un Europeo è meraviglioso, ma il Mondiale è un’altra cosa, per un calciatore è una vera laurea.

Una polemica legata a quei Mondiali era stata quella degli orari delle partite, accomodati per il pubblico europeo che le vedeva all’ora di cena ma tremendi per voi che giocavate a mezzogiorno: era davvero un inferno?

Abbiamo giocato la finale a Los Angeles alle 12.30: certo, era molto caldo ma per fortuna c’era vento e questo aiutava a sopportare l’umidità, a differenza di quanto accadeva a New York, dove la cappa di afa era veramente insostenibile: al Giant Stadium davvero non respiravi.

Torniamo all’oggi con una domanda per il portiere Pagliuca: nell’Inter che ha vinto lo scudetto un tema di discussione, anche tra tanti tifosi, è stato il rendimento di Yann Sommer, specie sui tiri da fuori, in cui gli è capitato più volte di respingere sui piedi degli avversari, quasi a fare degli involontari assist: che ragione se ne è dato, di questo che appare come un errore tecnico?

Si tratta di una tecnica di parata che Sommer non riusciva a fare correttamente anche per molta sfortuna, perché tutti gli episodi che citi sono di fatto tiri che sono arrivati molto vicini al corpo, in cui è difficile respingere lateralmente la palla, a differenza di quando la palla è angolata. Ha avuto la sfortuna di ricevere spesso tiri molto forti e centrali, indirizzati sulla sua figura: lì o la blocchi e allora tutto bene, ma se la respingi è difficile buttarla verso l’esterno. Yann Sommer è un buon portiere: l’anno scorso ha fatto bene, quest’anno meno però nonostante tutto l’Inter è stata vincente lo stesso.

Il sostituto di Sommer, Josep Martinez, ha fatto vedere buone cose quando è stato chiamato in causa, eppure ha giocato meno di quanto ci si aspettasse: normali questioni di gerarchie interne oppure secondo lei dà meno sicurezze?

Io credo che Chivu rispetti le gerarchie: sa benissimo che Sommer probabilmente è all’ultima stagione in nerazzurro però sa anche che è un uomo molto importante per lo spogliatoio e probabilmente non vuole intaccare certe dinamiche. Fa benissimo così e i fatti gli hanno dato ragione. Martinez tra l’altro intelligentemente non fa polemiche.

Questa settimana si giocherà il ritorno delle semifinali di Champions League: tantissimi hanno esaltato il 5-4 tra PSG e Bayern della gara di andata, quasi mettendo sotto silenzio l’1-1 tra Atlético e Arsenal che, pure, è stata una partita molto interessante. Lei come si schiera in questo dibattito ormai molto di moda tra chi preferisce molti gol e difese perforabili e chi non disdegna il contrario?

Ovviamente mi è piaciuta di più PSG – Bayern perché ho visto tanti gol, tanti errori di difensori e portieri però è stata una partita ad altissimo livello che tutte e due giocavano per vincere. Quella tra Atlético Madrid e Arsenal è stata una partita più tattica, più intensa e più fisica ma bella, seppur bella in modo diverso. L’Atlético è tosto e fisico, punta tanto sull’aggressività, è un modo diverso di vedere il calcio ma ugualmente valido e interessante. Fortunatamente, quando giocavo io, c’erano in generale meno fisicità e più tecnica: chi era forte veniva fuori e vinceva, mentre adesso molti team la mettono sul piano fisico. Il calcio è cambiato, si evolve e ora anche a livello giovanile si cerca subito di “fisicare” tutti i ragazzi perché gli allenatori vogliono un calcio più fisico che tecnico.

Questo privilegiare il lato fisico su quello tecnico è uno dei problemi del calcio italiano inteso come movimento, secondo lei?

Guarda, tutte le nazioni giocano così. Se l’Italia non si qualifica per i Mondiali non è per questo motivo, ma perché nascono meno talenti. È un fatto generazionale e tra qualche anno torneremo a goderci qualche Mondiale.

A proposito di talenti: lei ha giocato con (e contro) dei nomi incredibili da Ronaldo a Vieri passando per Djorkaeff, Totti, Baggio e i campioni della “sua” Samp: mi dice il ricordo più bello, o più commovente, se pensa a quella Sampdoria con Vialli, Mancini, Boskov e tanti altri?

Eravamo un gruppo bello, bellissimo. Non è che siano mancate liti e discussioni, si sono spostati diversi tavoli nello spogliatoio e ci siamo anche messi le mani addosso, ma tutto era dimenticato un’ora dopo. Ci si confrontava e ci si perdonava subito con una grande voglia di rimanere uniti. Al di là dei protagonisti, la figura fondamentale nello spogliatoio era sicuramente Pietro Vierchowood, il più carismatico e quello con più voce in capitolo. Boskov poi era incredibile: un istrione vero, furbo, bravo e intelligente, il vero condottiero di quel gruppo meraviglioso.

  

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore