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Serie A | 04 novembre 2023, 11:31

Figurine Juventine: la prefazione di Beccantini

Ecco la prefazione dello storico giornalista al nuovo libro di Edizioni Sportmedia, già ordinabile da www.edizionisportmedia.com

Figurine Juventine: la prefazione di Beccantini

Scrivere della Juventus è palestra aperta a ogni penna, per qualsiasi sfizio, non importa di “quale” parte. Ma per rendere stuzzicante le pagine servono competenza e passione. Quella, per tenere a bada questa. Luca Ghiglione e Giampiero Parigini vi hanno aggiunto una terza nota: l’originalità. Perché, più che di un libro assemblato secondo i canoni tradizionali della trama che, come una bussola, guida la marcia degli esploratori, si tratta di un album di foto-tessere. Il titolo è “tutto un programma” nel senso letterale e letterario del termine “Figurine juventine. La storia delle raccolte calcistiche attraverso le immagini bianconere”.

Proprio così, le mai decrepite e sempre coinvolgenti “figu”. Il volume abbraccia uno sterminato periodo che va dagli albori al 1990. è un ritorno al passato che aiuta il presente ad essere forte. Spande curiosità, traccia momenti e mementi, facce che hanno segnato un’epoca sin dalla mitica panchina di corso Re Umberto dove il 1 novembre 1897 un gruppo di studenti del Liceo Classico Massimo D’Azeglio di Torino creò la Juventus. La bilancia sulla quale, in Italia, gli avversari salgono per pesare le grandezze e le miserie delle loro campagne, i rancori e i soprusi che fa comodo attribuire alla forza del potere. E al potere della forza.

Sono sfilate che sgorgano dal cuore e sbarcano in quella Normandia occupata e difesa strenuamente dal tifo, dai ricordi, dalle pulsioni. Ecco: il tifo ci entra con garbo, quasi a non voler disturbare il paesaggio e l’aura archeologica che lo circonda. Ho trovato romantiche le righe che riguardano la culla delle figurine che, in base alle fonti più credibili, sarebbero nate in Francia nel 1866. Fiori e animali “in piccoli cartoncini colorati”, che piacquero tanto ai pargoli quanto ai papà.

è tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta che il calcio comincia ad affermarsi nel nostro Paese. I feticisti dell’immagine diedero vita e vera e proprie cacce al tesoro pur di impossessarsi di questi “francobolli” che ritraevano le squadre. Un lungo viaggio, una strabiliante avventura fino al regno della Panini.

 A tuffarsi tra le “figu” non si resta delusi. L’esercizio supporta la memoria, dà volti a campioni che avevamo “letto” più che “visto”. Uno fra tutti: Ferenc Hirzer, la gazzella ungherese che folgorò la fantasia del bambino che sarebbe diventato l’Avvocato, Gianni Agnelli, accompagnato al campo di corso Marsiglia dal padre Edoardo, l’architetto del primo Quinquennio.

Altri tempi. Altre tempre. Altre posture. I capelli imbrillantinati con la riga in mezzo, la pupilla vigile e, a fissare date ed organici, didascalie legate al lessico dello scorcio: “La formazione tipica della squadra”. Tipica, non ancora tipo. Ogni nidiata è scortata da un bignamino che spiega lo spirito della stagione e non omette di citare le collezioni di riferimento. Spiccano il busto grifagno di Luisito Monti e il sorriso di Pietro Serantoni, con il cui figlio, Piero, ebbi l’onore e il privilegio di lavorare a “La Stampa”.

Naturalmente non poteva mancare l’Azzurro della Nazionale, essendo la Juventus, da lustri, la massima fornitrice di “piedidopera”. E le caricature, con l’immancabile Zebretta. E la rovesciata di Carlo Parola, ca va sans dire. Un accigliato Cestmir Vycpalek. Il primissimo Giampiero Boniperti in una saga di sentimenti e Sentimenti.

Lo spazio, tiranno, impone scelte dolorose, tagli impietosi. Rimane, del tomo, l’allegra e scanzonata galleria di atleti che hanno fatto della Vecchia Signora un’arzilla vincente. John Hansen vicino a “Boni”, Romolo Bizzotto che palleggia quando la maglia era così bianca e nera da sembrare una striscia pedonale. Alberto Piccinini, padre di Sandro, aveva giocato nella Salernitana di Gipo Viani e divenne perno del “Vianema”, una sorta di catenaccio ante litteram: schierato con il 9, la maglia del centravanti, operava in copertura, mossa che consentiva allo stopper, Ivo Buzzegoli, di arretrare e inventarsi “battitore libero”.

Si galoppa nelle pampas di Omar Sivori, il Cabezon che usava il sinistro come il chirurgo impugna il bisturi e ci introdusse ai riti di un tunnel che faceva impazzire chi lo subiva e delirare, visceralmente, chi lo invocava. John Charles, il gigante buono, campeggia dall’alto delle sue ante pugilistiche, lui che boxeur lo era stato sul serio.

Ci sono flash di presidenti e allenatori. I boccoli di Benito Sarti, la fierezza operaia di Giancarlo Bercellino detto “Berceroccia”, il piglio di “o con me o contro di me” di Heriberto Herrera, lo scudettone che decora la casacca nera di Roberto Anzolin: non c’è che l’imbarazzo della nostalgia. Un “Gronchi Rosa” è il Nenè bianconero, così come il gagliardetto di Luis Del Sol evoca e celebra i postini del centrocampo. Su su fino a Pietro Anastasi, il “Pelè bianco”, al biondo birra di Helmut Haller, al baffo di Franco “barone” Causio, all’eleganza di Roberto “Bobby Gol” Bettega, a Beppe Furino che l’immagnifico Vladimiro Caminiti avrebbe ribattezzato “Furiafurinfuretto”. Mi confessò Beppe che, da professionista, mai aveva simulato, mai si era buttato. Tranne una volta. Al San Mamès, sotto l’infuriare dei baschi dell’Athletic, nella finale-bis di Coppa Uefa. Cedette. Si rotolò.

C’erano una volta Gaetano Scirea e Francesco Morini. Li sbirci e “va, pensiero sulle ali dorate”. La commozione affiora improvvisa e accende rimpianti, scuote tormenti, da Carletto Mattrel a Ernesto Castano, passando per Sandro (Salvadore), Giampiero, Omar e John, una “Spoon River” che gli autori hanno ossequiato con il bianco-e-nero e i colori di una antologia che alle ragnatele della pigrizia sostituisce lo slancio della ricerca e la cultura delle radici, gli scudi più robusti da opporre all’oblio invasore.

La riapertura delle frontiere, nel 1980, demolì i fantasmi del Totonero e riportò la gente nelle piazze. Sei Campioni del Mondo in Spagna e via col Vecio (Enzo Bearzot). Al fianco di Zibi Boniek, il “bello di notte”, Michel Platini contribuì a rendere meno zitella la signora sabauda. Da Re solo a Re sole: fino alla pioggia e al fango della domenica in cui si ritirò, lasciando più vedovi che eredi.

Nel Novecento pre-televisivo sono state proprio le figurine a nutrire la passione e a spalmare le conoscenze. Bambini e anziani si confondevano davanti alle tabaccherie e alle edicole, felici di scambiare i ruoli. La montagna di bustine ci offre lo spaccato “della” società e “di” una società. Senza aggettivi che adescano. Senza superlativi che seducono. è un’opera diversa e unica nel suo genere. L’ufficio facce, caro all’immenso Peppe Viola, ne sarebbe stato orgoglioso. Basta un’occhiata, a volte, per indicare un destino o, comunque, una carriera. La foto ti dice subito chi sei e, soprattutto, ti fa sognare il mondo che si agita, invisibile, attorno.

Roberto Beccantini

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